POLITICA E MAGISTRATURA, GUERRA DEI POTERI. ITALIA STATO ETICO?
POLIBIO
28/01/2019 16:37

La vicenda dell’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro degli Interni, Matteo Salvini, per sequestro di persona aggravato e sequestro di minori, segna uno dei momenti di massima tensione tra istituzioni.

Qui non si vuole assolvere né condannare alcuno delle parti in causa, ma rendere una panoramica, il retroscena, sulla condizione generale cui versa il Paese.

Gli strascichi attuali della vicenda rischiano di aprire un fronte interno particolarmente preoccupante, ancora una volta. Nella loro richiesta, i suddetti magistrati dichiarano che il Ministro degli Interni ha agito senza nessun pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, abusando, quindi, dei poteri di cui godeva. Hanno quindi valutato l’entità del danno che una diversa politica migratoria avrebbe causato all’Italia, per violazione dei trattati. Valutazione che, com’è ovvio, attiene alla discrezionalità politica del Governo. La gravità giuridica e politica dell’atto sta proprio qui: se la tesi dei magistrati dovesse trovare accoglimento, ci troveremmo di fronte al completo stravolgimento di tutta la nostra impalcatura istituzionale, almeno per quanto concerne la divisione dei poteri tra quello politico - esecutivo e quello giudiziario.

Questo approccio starebbe a significare che nessun organo politico - amministrativo potrebbe attuare l’indirizzo (come nel caso di Lucano sindaco di Riace), nel caso del governo avendo ricevuto la fiducia del Parlamento, senza sottostare ad una valutazione ex post da parte della Magistratura; anzi, senza sottostare a tale vaglio da parte dei singoli magistrati competenti per territorio nei luoghi dove l’indirizzo politico trova materiale attuazione in atti concreti.

Ci troveremmo, quindi, davanti ad una situazione assolutamente caotica, nella quale una medesima politica potrebbe essere giudicata legittima, se gli atti che la sostanziano sono compiuti in un certo distretto di Corte d’Appello, mentre potrebbe portare all’incriminazione, se le condotte esecutive vengono realizzate in un distretto diverso.

Questa menomazione del potere politico comporterebbe, sia pure in forma indiretta, una pesantissima compressione democratica e anche dei poteri del Parlamento, poiché il controllo politico sull’azione del Governo gli verrebbe, di fatto, sottratto, a vantaggio dei singoli magistrati.

Il Presidente del Consiglio e i Ministri si troverebbero nella situazione di dover rispondere, in pratica, anche se non de jure, ai singoli membri dell’ordine giudiziario più di quanto lo sarebbero nei confronti delle Camere, dalla cui fiducia dipende, formalmente il loro incarico.

Si tratterebbe di una trasformazione, sia pure informale, della Repubblica democratica, basata sulla sovranità popolare, di cui il Parlamento è espressione formale e dovrebbe esserne espressione sostanziale, in una sorta di Repubblica gentilizia, nella quale la Magistratura verrebbe ad assumere il ruolo di nuova aristocrazia di potere, con il concreto rischio che vi si entri, di fatto per cooptazione, anche in presenza di ingresso per concorso.

L’indipendenza dell’Ordine giudiziario, in democrazia, è sistema atto a garantire, attraverso la rigida terzietà del giudice, i diritti e le tutele delle minoranze e ad impedire che il potere politico travalichi le sue funzioni in maniera impropria, e non già per l'eliminazione di personale politico che reputino scomodo.

Ma questo privilegio ha, come presupposto indispensabile, l’assoluta estraneità della Magistratura dal gioco politico. Qualora, invece, essa dovesse venire a ricoprire, anche solo di fatto, un ruolo politico, la sua indipendenza diverrebbe formidabile strumento di potere, che la sottrarrebbe ad ogni tipo di riscontro e rischierebbe di farne un potentissimo antagonista della sovranità popolare, costituendola come una sorta di patriziato indipendente, tendente ad espandere il proprio potere, fino ad esautorare progressivamente la stessa sovranità popolare, rischiando di trasformare il nostro sistema istituzionale in qualche modo ad un sistema aristocratico-giudiziario.

Il lato peggiorativo della possibile futura situazione italiana risiederebbe nel fatto che potremmo assistere, come già accade in alcuni casi, all’arbitrio generalizzato di singoli giudici e/o di singoli collegi giudicanti che variano per longitudine e latitudine e che si aggraverebbe ulteriormente, se dovessero trovare conferma i sospetti, da più parti ventilati, secondo i quali il comportamento dei magistrati sia dettato da una politica...propria.

Si pensi a quali cupi scenari si potrebbe andare incontro, se, per assurdo, il “patriziato della toga”, totalmente indipendente da qualunque controllo democratico o di altra istituzione, risponda a correnti autorganizzate e/o a club privati.

Questi esiti non è assolutamente necessario che siano preventivamente voluti, studiati o architettati. E’ la «teoria dei giochi» che per propria logica tende, nel medio e lungo periodo, a prevalere anche sulla logica dei giocatori e che, quindi, il mutamento degli equilibri di potere, all’interno di una qualunque comunità umana, tende, irrimediabilmente, a produrre un “effetto domino”, anche se non previsto o, addirittura, non voluto da chi, di fatto, ne ha posto in essere i presupposti.

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